Non e’ la specie piu’ intelligente a sopravvivere e nemmeno quella piu’ forte. E’ quella piu’ predisposta ai cambiamenti [Charles Darwin].
Osservando ciò che accade negli ambienti di lavoro, ultimamente, ho avuto modo di fare una serie di riflessioni che mi hanno dato una consapevolezza: tutto cambia…per fortuna! Tuttavia, le persone fanno molta fatica a capire il cambiamento in particolare a crederci. Forse è normale, qualcosa che cambia, si trasforma e quindi produce timore perché si rischia di non capirne l’esito. Le persone temono di perdere controllo, provano insicurezza per quello che li aspetta, si sentono minacciate ed hanno paura di perdere qualcosa. E’ comprensibile, perché forse aver timore del cambiamento è un riflesso atavico, uno stato d’animo ancestrale ma è necessario saperlo affrontare per poterlo condurre. Darwin segnalava che la natura ama competere, infatti la selezione naturale è regolata dal principio della competizione. La capacità di adattamento è un fattore indispensabile alla sopravvivenza della specie ed anche della propria professionalità in un determinato ambiente, inteso, ovviamente, come mercato. Con il mercato ed i suoi cambiamenti, giusti o sbagliati che siano, sia l’individuo che la popolazione aziendale devono imparare, a mio avviso, a fare i conti, se desidera sopravvivere e migliorare. La competizione, quindi, è un principio universale che regola la manifestazione degli organismi viventi e della stessa società. Ricordo una delle definizioni più diffuse di intelligenza: “capacità di adattamento in un dato ambiente”. Tuttavia, questo termine “adattamento” può assumere due significati. Uno può essere passivo: “mi adatto”, “mi adeguo” ed in questo caso si è costretti, a causa dei cambiamenti a modificare se stessi per poter sopravvivere. Un altro significato concepisce l’adattamento come processo attivo ed è quello più vicino alla mia interpretazione, questo, è più corretto definirlo “cambiamento”! Infatti, a mio avviso il cambiamento è un adattamento attivo perché si cambia per essere pronti a governare o meglio a condurre "il nuovo" da una posizione di forza. Non ricordo più chi affermava che: “Se fai ciò che hai sempre fatto, otterrai ciò che hai sempre ottenuto”.
Veltroni continua a fare errori di comunicazione, ma che gli succede? Infatti, dichiara di essere contrario alla TV che regala milioni. Una televisione nazionale, a suo avviso, non può essere spendacciona in un momento di grave crisi economica e poi non si possono guadagnare centinaia di migliaia di euro, senza saper far nulla mentre ci sono persone che non possono comprare un maglione. Riflessioni molto severe ma forse demagogiche: perché negare la speranza di intercettare la fortuna anche solo attraverso un gioco? L’uscita di Veltroni non l’ho proprio capita! In un momento in cui è necessario coltivare la speranza, senza rassegnarsi, lasciarsi andare al “tanto ormai” dichiara che il gioco in TV è immorale. Perché dover negare una speranza proprio a chi non ha un maglione, stenta a pagare le rate del mutuo ed a mala pena, con lo stipendio arriva a fine mese?
Scomodando la religione senza essere dissacrante, visto che parliamo comunque di gioco, mi chiedo:"Perché negare addirittura una delle una delle tre virtù teologali?" (le altre sono fede e carità)
. Per gli antichi romani era anche l’ultima delle dea: Spes Ultima Dea ovvero "la speranza è l'ultima a morire". Sono certo che, anche nei testi sacri di altre religioni, la speranza è citata dalla notte dei tempi. Non capisco! Di fronte ai dolori ed alla frustrazioni della vita, se anche per un attimo, guardando un banale quiz qualcuno spera, si sente meglio, perché non consentirlo? Il neo presidente degli USA è stato eletto perché ha dato a tutti una speranza di una vita migliore ed il Valter nazionale la vuole negare, ma che dice?
Venerdì 16 Gennaio, Milano Linate, la solita corsa della sera, in taxi, per prendere un volo che mi riporti a Roma, a casa. Naturalmente è Alitalia, quella nuova. Salito a bordo mi tocca il posto “E”, quello che non vuole nessuno perché è la poltrona centrale, nella fila da tre, quindi il più scomodo. Infatti, lo definisco il posto di coloro che sono in “punizione” perché non puoi muoverti: se leggi il giornale e lo apri troppo, i due vicini ti guardano male, si agitano, mormorano e poi comincia l’imbarazzante sequela di dispetti, come la conquista dei braccioli. Questa volta il mio posto è il 24E, sull’uscita di emergenza, proprio di fianco al trono di una delle hostess di bordo. Come nel volo di andata (l’ equipaggio era AirOne) noto che le signorine nell'accogliere i passeggeri non sorridono come prima, provano ad accennare una movenza, il viso resta immobile, nemmeno una smorfia, solo i loro occhi rivelano un velo di tristezza. Formulo il mio “buonasera”, a dire il vero un po’ sfiatato per la stanchezza ma mi accorgo che nessuno le saluta. Al decollo, la hostess si siede accanto a me e si allaccia la cintura. E’ minuta, bionda con gli occhi azzurri. Le chiedo se è vero che una parte del personale di bordo della vecchia Alitalia, con contratti a tempo indeterminato (quelli determinati non sono stati più rinnovati, quindi hanno perso il lavoro) stanno confluendo in quella che era AirOne. Con cortesia, lo conferma e comincia a raccontare che lei sarà, a breve, una di quelle. Poi mi sottolinea che i problemi veri sono altri: madri, con figli, spostate come “base” da Roma a Milano Malpensa e viceversa; mariti e mogli, lavoratori della stessa compagnia: i primi in cassa integrazione e le seconde inviate a centinaia di chilometri da casa. Mi ha colpito la dignità di questa hostess, la moderazione del suo racconto anche se faceva trasparire angoscia e preoccupazione per il futuro. In Alitalia, si sono dimenticati delle persone perché erano troppi presi dai numeri, dai bilanci e dalle perdite eppure la definizione tecnica di azienda che ricordo, fin dalle scuole superiori, è sempre stata: "…un insieme di beni, servizi e persone volte al raggiungimento di un fine di lucro”. Certo, in questa compagnia non c’era più “lucro” da anni, per colpa di gestioni sciagurate e manager-sudditi della politica, ma tutti hanno dimenticato che sono le persone che fanno grandi le aziende, non il contrario.
Buca. Buca con acqua. Buca con acqua e fango. Percorrendo le strade del centro di Roma tornano in mente le parole dell’aspirante federale Primo Arcovazzi del mitico Ugo Togliazzi che trasporta a Roma in sidecar l’antifascista professor Bonafè. La pavimentazione stradale è una trama dell’orrido, buche, sampietrini sconnessi, asfalto gettato senza criterio e tanti, troppi sono i motociclisti che cadono con conseguenze fisiche pesanti. Venerdì sera, avevo accompagnato un amico al pronto soccorso di un piccolo ospedale romano, lì un ragazzo di 22 anni su una barella, mi ha raccontato che con il suo scooter era finito in una buca, vicino l’incrocio di un semaforo, rovinando pericolosamente nel bel mezzo del transito delle auto, risultato: quattro costole rotte ed una spalla fratturata. E’ di ieri la notizia che il famoso New York Times ha pubblicato un’ indagine tra i suoi lettori che riguarda le città da visitare nel mondo: Roma è al terzo posto, beatiful! Ma resta una città molto pericolosa, talvolta “eterna” per chi cavalca le due ruote; troppi sono gli incidenti dovuti alla scarsa o comunque non tempestiva manutenzione delle strade. Nel 2007 Eurostat aveva indicato Roma, come la più pericolosa fra le 14 capitali d’Europa a causa delle condizioni delle sue strade con 8,37 morti per mille abitanti contro il morto e mezzo di Copenaghen, seconda città pericolosa d’Europa. Il Messaggero ha aperto uno spazio dedicato a questo assurdo problema ma il Comune sembra non essere in grado di gestire il problema. Occhio alla buca!
L’anno appena trascorso mi ha visto molte volte contestare questa frase, sia in questo Blog, parlando spesso della decadenza delle istituzione di Napoli e della Regione Campania (il noto: tiramm annanz) sia nella mia vita personale che professionale. Qualche volta mi è capitato di lasciare un amico o un conoscente in cattive condizioni di salute o con problemi significativi sul posto di lavoro. Mi chiedevo se c’è l’avessero fatta? Dopo qualche anno, invece, li ho ritrovati, rispettivamente, l’uno, in gran forma e pieno di vita e l’altro, con un nuovo e più importante incarico.
Incontro persone consapevoli dei danni provocati dal fumo ma continuano ad accendere sigarette e quando osservo che, se solo volessero potrebbe smettere, mi rispondono che è troppo tardi. Spesso trovo qualche collega di lavoro prossimo alla resa perché alle prese con i soliti problemi di condivisione ed adempimento del ruolo. Quindi penso a coloro che, apparentemente sconfitti da una malattia mortale o da una situazione irrimediabile, invece sono guariti e conducono una vita normalissima oppure sono diventati brillanti manager. Ecco perché, credo che non bisognerebbe mai dire “tanto ormai”, rassegnarsi e lasciarsi andare senza resistere, sperare, lottare. Tanto ormai non guarisco, tanto ormai ho perso il posto di lavoro, tanto ormai non riesco a smettere di fumare, tanto ormai perderò il cliente, tanto ormai a Napoli non si può più costruire nulla. Esistono infinite possibilità di soluzione, mutamento e non dovremmo nemmeno perder tempo a lamentarci per gli errori commessi, la superficialità e la maldicenza degli altri o per la sofferenza sopportata. Bisogna guardare avanti, lottare per ciò che ha realmente valore affinchè si possa realizzare il cambiamento e rimetterci in corsa per la vita.
Ho scoperto che l’inquinamento ambientale oltre ad essere provocato dai gas di scarico di industrie, auto, treni, animali, insomma tutti gli agenti fisici (particolati), chimici e biologici che modificano le caratteristiche naturali dell'atmosfera,
adesso è provocato anche dalla pillola contraccettiva. Infatti, il Presidente internazionale dell’Associazione dei medici cattolici, Pedro Josè Maria Simon Castellvì, (cliccando sul nome trovate il suo Blog) sostiene sull’Osservatore Romano che questa ha “effetti ecologici devastanti” perché “semina tonnellate di ormoni nell’ambiente” e contribuisce quindi “all’infertilità maschile in occidente”. Insomma, le donne che prendono la pillola facendo la pipì disperdono tanti ormoni nell'ambiente. Non lo sapevo, ma perché i verdi non c’è l’hanno detto? A proposito chi li ha visti? La Società italiana della contraccezione fa sapere che si tratta di affermazioni fantascientifiche ed allora sui quotidiani si intervista Legambiente nella persona del suo presidente onorario, Ermete Realacci che dichiara: “L’infertilità maschile causata dalla dispersione nell’ambiente della pillola? Onestamente non l’ho mai sentito. E mi sembra un’accusa che non sta in piedi”. Mentre la notizia sembra assomigliare più ad un anatema od una profezia, nasce, comunque, spontaneo un gesto... apotropaico!
La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, s'è scucita la sottana:viva, viva la Befana!
La Befana, secondo la tradizione è una vecchia brutta e gobba (ma non è detto!), con il naso adunco e il mento aguzzo, vestita di stracci e coperta di fuliggine. Entra nelle case attraverso la cappa del camino, tra il il 5 e il 6 gennaio mentre tutti dormono, per infilare, doni e dolcetti, nelle calze, di grandi e piccini. Queste devono essere appese al caminetto (per chi c'è l'ha), altrimenti in cucina, all’albero di natale o comunque dove ognuno ritiene più opportuno. Il termine “Befana” deriva dal greco “Epifania” che significa “apparizione, manifestazione” perché questa, secondo la leggenda, avvenne nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio, proprio quando i Re Magi fecero visita a Gesù per offrirgli oro, incenso e mirra. Senza voler essere dissacrante e lasciando in pace i santi e la religione bisogna dire che, l‘Epifania è dunque la giornata con la quale si concludono le vacanze natalizie e, come ricorda un famoso proverbio, è la ricorrenza che “tutte le feste si porta via”. Ma torniamo a “lei” il vero personaggio, il più atteso da tutti, perché il suo dolce arrivo, accompagnato da squisitezze, rappresenta un vero e proprio evento per i golosi. A tal proposito bisogna sottolineare che si può essere golosi non solo di dolci, tanto che Dante lo aveva anche segnalato. Chi ha detto che la calza deve essere riempita, buoni o cattivi che si è stati, solo di dolcetti, cioccolatini, lecca-lecca, bon-bon ecc.? Dentro si può infilare di tutto, ovviamente dipende dalle dimensioni e dalla “tenuta” della calza. Perché non riempirla con una bottiglia di vino ed un bel calice? Magari accompagnato da formaggio di fossa ed un appetitoso pecorino, i quali ben si sposano con un pezzo di prosciutto ed un salamino? Tutto dipende dalla calza: evviva, evviva la Befana!
Se né và? No, forse, chissà e poi stasera, la risposta definitiva: No! Anzi, la nuova giunta di Napoli è fatta e l’armonia c’è ed è completa. Sono giorni che a Napoli si discute di rimpasto di una giunta comunale decapitata dagli arresti. Assessori sfrantummati, li aveva definiti il Sindaco! Giorni di braccio di ferro tra la Iervolino ed il segretario provinciale del Pd nonché luogotenente di Veltroni in Campania, Luigi Nicolais. Sopra tutti, l’ombra del Governatore Bassolino. Trattative, tarantelle, triccaballacche, insomma le solite figuracce di una situazione politica napoletana che ha oltrepassato ogni limite di etica e decenza. Il Sindaco continua ad usare la stessa frase da settimane: “Un cordiale scambio di vedute”. Ma tutti trattano per il proprio tornaconto, perché tizio è amico di caio che è legato a quella corrente e non si possono cambiare gli equilibri:capisce a mè! Ma chi discute degli interessi della città? Chi presenta i programmi per un decoroso rilancio? Chi parla di moralizzazione? Questo a Napoli non è dato sapere e mentre prevale il “tiramm annanz” arriva all’Epifania la Giunta Megera: con le scarpe tutte rotte, con le toppe alla sottana, viva, viva la Giunta Befana. Ma che speranze abbiamo?!

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Benvenuta al Cimitero dei Libri Dimenticati. Questo posto è un mistero. Un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi, ha un’anima. L’anima di chi lo ha scritto e di quelli che lo hanno letto, vissuto e sognato. Ogni qual volta che un libro cambia di mano, ogni volta che qualcuno fa scorrere lo sguardo sulle pagine, il suo spirito cresce e si rafforza. In questo posto i libri che nessuno più ricorda, i libri che si sono perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa di arrivare tra le mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito…” E’ questo uno degli innumerevoli brani che compongono “il gioco dell’angelo” di Carlos Ruiz Zafon. L’ho finito ora, finalmente! Qualcuno, che avrà letto il mio primo post su questo splendido romanzo, potrà dire “era ora!”. Bè, la mia abitudine (brutta o buona, ancora non lo sò!) di leggere più libri contemporaneamente talvolta mi crea qualche remora: dovevo leggerlo più velocemente oppure assaporarlo (come ho fatto!), nelle sue splendide digressioni e nei suoi profondi dialoghi? Un libro, a mio avviso bellissimo, un noir che testimonia la maturità ed il talento di uno scrittore che aveva cominciato la sua carriera nel 1993, con una serie di libri per bambini. Nel 2001, Zafon ha pubblicato il suo primo romanzo per adulti, "L’ombra del vento" (Mondadori 2004), divenuto subito un caso letterario internazionale, con un milione e mezzo di copie vendute solo in Italia. Adesso, con questo suo secondo romanzo ha saputo sorprendere e sbalordire per tecnica, contenuto e soprattutto per l’avvincente intreccio di tanti personaggi misteriosi:bello,bellissimo!
E’ invisibile, impalpabile ma presente, lei c’è. Questa è la Bella ‘mbriana, la fata buona protettrice della casa: viene invocata in tutte le situazioni difficili che compromettono la serenità familiare. Secondo il credo popolare napoletano questa entità benefica è il buon angelo del focolare che veglia sulla casa ed è portatrice di fortunati eventi. Il suo nome, etimologicamente, deriva da Meridiana, simbolo del sole e del calore positivo, che porta luce e prosperità nelle case, nei posti più ameni e dovunque essa sia ben accetta. La leggenda narra che la Bella ‘mbriana ami stare solo nelle case in cui gli occupanti le portino rispetto e per questo, spesso avveniva (e tuttora avviene in alcune antiche case di Napoli) che si lasciava una sedia sempre libera per lei. Ancora oggi le persone più anziane, quelle del popolo, in segno di rispetto, ogni qualvolta entrano o escono dalla propria residenza, le rivolgono un saluto, un ossequio e per questo anche Pino Daniele le dedicò una bellissima canzone. Talvolta, quando si è costretti a dover cambiare casa, per non farla arrabbiare, preoccupare, se né parla solo all’esterno. La globalizzazione e la modernizzazione delle metropoli stà allontanando il mito della Bella ‘mbriana dalle case poiché nelle famiglie non regna più la pace ed il rispetto ma è prevalente l’egoismo, la distrazione, l’agitazione, internet ed i social network. Come potrebbe coesistere questa benevola entità con televisori al plasma, play station, cellulari, figli che fanno i matti avanti ed indietro nelle stanze con l’iPod inchiodato nelle orecchie a tutto volume? La Bella ‘mbriana è sicuramente contro la frenesia della vita moderna perché questa ha distrutto il valore del focolare domestico e quindi la piacevolezza di una intima serenità. Ecco che, raccontano gli anziani, quasi non convive più con noi, infastidita, impaurita ma spesso anche ripudiata dalle nostre case perché sembra che l’armonia e la pace in una famiglia sia diventata una cosa rara e quindi preziosa, come quest’angelo che tutti vorremmo avere a vegliare su di noi. Che strano?!
In questi giorni di shopping, girando per i negozi di Roma e Napoli, osservavo che sembravano pieni, non di gente che acquistava ma di persone che accuratamente osservavano, identificavano e selezionavano ciò che si poteva comprare subito o con i saldi. Sembra, che a calare sia stata più la qualità degli acquisti che la quantità a causa delle note preoccupazioni economiche. Questa riflessione mi riporta ai miei studi economici:storicamente le crisi di questo tipo provocano sempre una contrazione dei consumi, il problema si verifica quando questi calano eccessivamente perché si rimane invischiati in periodi di incertezza sempre più lunghi. Il Presidente Napolitano, nel suo apprezzatissimo messaggio di fine anno ha giustamente dichiarato: “facciamo della crisi un’occasione per liberarci dei problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo” non solo, evidentemente, da un punto di vista politico ma soprattutto da un punto di vista dei comportamenti economici. Bisogna recuperare il valore dei principi di responsabilità e frugalità nella gestione dei nostri bisogni (Adam Smith) ripristinando quella scala che deriva da riflessioni di buon senso: rispetto dei bisogni primari, analisi accurata di quelli secondari. Ovviamente è tutto molto soggettivo ma ognuno di noi dovrebbe recuperare quel buon senso del padre di famiglia recitato anche nel nostro codice civile. Per esempio, il telefonino si cambierà solo quando è inservibile, la durata delle telefonate sarà essenziale, gli sms limitati:se proprio si vuol parlare, si farà come quando ero ragazzo e non esisteva la telefonia mobile: ci si incontra, costa meno, si riscopre la comunicazione e ci si confronta in diretta e non in differita! Insomma, consumo si, ma con moderazione. Per fare ciò sarà necessario ritrovare quell’etica laica della frugalità che avevano i nostri genitori ed i nostri nonni ovvero la capacità di consumare in modo misurato bilanciando fra di loro diversi bisogni, valori ed esigenze. Queste parole mi ricordano ciò che scriveva il grande maestro della felicità, Epicuro, il quale ha suddiviso in modo esemplare i bisogni umani in tre classi: nella prima, i bisogni naturali e necessari: sono quelli che, se non soddisfatti, causano dolore (es. vitto e vestiario). Nella seconda, i bisogni naturali ma non necessari, (come cambiare il telefonino quando questo funziona ancora bene). Nella terza i bisogni non naturali e non necessari, come il lusso (per chi può permetterselo), l’opulenza, il fasto (falso ed ostentato pur di far debiti), il lustro. Questi bisogni sono infiniti ed il loro soddisfacimento è molto difficile. Se in tempi di crisi è sicuramente opportuno che i governi sostengano la domanda di beni e servizi, è forse altrettanto utile invitare chi consuma a riflettere sul valore delle proprie scelte. Non sarà la formula della felicità del 2009 ma forse rifletterci sopra potrebbe aiutare.
Una gran festa al Colosseo allo scoccare della mezzanotte. Tanta gente, tanti stranieri, tanti cittadini del mondo: tutti insieme per scandire il conto alla rovescia della mezzanotte e poi l’urlo, liberatorio, che saluta un anno molto difficile ed accoglie un anno pieno di speranza e determinazione. Bello, bellissimo, brindare per strada, vicino a me dei russi che con un gran sorriso, mostrando la bottiglia di champagne, hanno urlato qualcosa che doveva sembrare: “Buon anno, Buon 2009!” e poi, l’unica cosa che ho capito: “nasdarovia!” Che significa “salute”. Impressionate lo sciamare silenzioso di migliaia di persone che dai Fori Imperiali camminavano, alcuni abbracciati, altri tenendosi per mano, tutti con bottiglie di spumante che ciondolavano al ritmo del proprio passo. Più ci si avvicinava al Colosseo maggiore era la fatica per avanzare, perché, pian piano, ci si adunava in posti con spazi sempre più stretti per attendere la mezzanotte. L’aria era fredda ma non troppo, la musica della Nannini, dal palco, si diffondeva con discrezione in un’ atmosfera cosmopolita perché era riconoscibile il miscuglio lessicale di tante lingue straniere:americani,cinesi, canadesi, indiani,africani, russi, svedesi. Gente vestita da gran sera, molti giovani con lucine lampeggianti in testa, vendute da indiani che proponevano anche spumante di dubbia provenienza. Poi un tipo strano, sulla cinquantina, ma vestito da Dante Alighieri, con una tunica rossa ed corona di lauro intrecciata sulla testa: acclamato da alcuni giovani che pronunciavano il suo nome a gran voce:Dante! Dante! Sembrava un professore con la sua classe di liceali che lo festeggiava ed invocava con rispettosa ironia. Pensare di quanta originalità e talento siamo dotati noi italiani mi fa sorridere ed essere fiducioso. Benvenuto 2009!