E’ impressionante il numero di telefonini che vengono sguainati quando l’aereo, dopo essere atterrato, attracca all’hub. Sembra la preparazione alla battaglia del giorno: uno, due, tre telefonini da accendere, verificarne il funzionamento per sostenere l’assalto quotidiano di chi chiama o cerca. Ma non è solo questo che mi impressiona: quando prendo la metropolitana di Milano, i passeggeri sono tutti con gli auricolari conficcati nelle orecchie, che ascoltano qualcosa, forse musica, ma con lo sguardo perso nel vuoto, talvolta triste oppure inanime come robocop. Gli unici che hanno delle smorfie facciali, belle o brutte, sono gli anziani che, cosa apparentemente incongrua con il contesto, leggono:giornali o libri; quasi a testimoniare la distanza generazionale con i vicini di vagone. Mentre viaggio mi chiedo spesso il perché di questo nuovo costume: perché le persone hanno perso il gusto di scoprire, capire chi hanno vicino, di fronte, accanto, ma si rifugiano in loro stessi come quando ci si rintana sotto le coperte per il freddo di una notte? Non finisce qui. In una riunione con molti partecipanti, la scorsa settimana, mi ha impressionato un nuovo rituale: bloc-notes, penne e telefonini sguainati e messi sul tavolo, nulla di nuovo, ma ecco, improvviso un nuovo gesto: mani nelle tasche delle giacche frugano veloci ed esibiscono penne usb, griffate, in pelle, in acciaio, luminose e stilizzate messe ordinatamente sul tavolo quasi a voler delimitare il proprio spazio vitale. Ma dove stiamo andando? Come ci siamo ridotti?
mercoledì 22 aprile 2009
Tecnologia, tra esibizione e solitudine.
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